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Ultimo aggiornamento
20/09/2017

Tettoia e nozione di pertinenza, difformità parziali, competenza su edilizia Regioni a statuto speciale (Cass. Pen. 34533/2017)

La Corte ha chiarito quale sia, in urbanistica, la nozione tecnico-giuridica di “pertinenza”, e come la stessa sia inapplicabile alla realizzazione alla tettoia di copertura di un terrazzo. Indicazioni importanti anche in tema di individuazione degli interventi eseguiti in difformità parziale o totale e di riparto di competenze in tema di edilizia tra Stato e Regioni a statuto speciale.
A cura di:
  • Redazione Legislazione Tecnica

La Sentenza Corte di Cassazione 14/07/2017, n. 34533 (penale) ha fornito spunti interessanti concernenti la competenza legislativa in tema di edilizia e urbanistica in capo alle Regioni a statuto speciale (nella fattispecie la Regione Sicilia), nonché in tema di individuazione degli interventi eseguiti in difformità parziale o totale dal permesso di costruire e di nozione tecnico-giuridica di “pertinenza”.

LA VICENDA PROCESSUALE - La vicenda originava dalla realizzazione, in zona sismica, di opere in struttura metallica in difformità dal titolo abilitativo edilizio in sanatoria, in assenza di progetto esecutivo e senza avviso alle competenti autorità. Il responsabile dell’intervento eccepiva che le opere, di mero ampliamento, andassero considerate come realizzate in difformità parziale rispetto alla costruzione esistente, sulla base del disposto di cui agli artt. 4 e 7 della L. R. Sicilia 10/08/1985, n. 37, in quanto non sussistevano nella fattispecie gli elementi qualificanti la difformità totale ai sensi delle summenzionate norme regionali (ora abrogate dalla L. R. Sicilia 10/08/2016, n. 16, che ha disposto il recepimento “dinamico” del Testo unico edilizia nazionale, D.P.R. 380/2001). Altre eccezioni si basavano sul fatto che una parte della realizzazione, consistente in una tettoia in legno a copertura di un terrazzo, dovesse rientrare nella nozione tecnico-giuridica di “pertinenza”.

IL PARERE DELLA CORTE - La Corte di Cassazione - nel confermare la condanna del ricorrente alla sanzione di cui all’art. 44, comma 1, lettera b), del D.P.R. 380/2001, prevista per il reato di esecuzione di lavori in totale difformità o assenza del permesso - si è espressa in merito ai tre punti principali oggetto della controversia.

1. Rapporto tra legislazione Stato e Regioni a statuto speciale. A proposito del riparto di competenze in materia di edilizia e urbanistica tra Stato e Regioni a statuto speciale, la Corte ha ricordato che rappresenta principio del tutto consolidato che in materia di legislazione edilizia nelle Regioni a statuto speciale, pur spettando alla Regione una competenza legislativa esclusiva in materia, la relativa legislazione deve non solo rispettare i principi fondamentali stabiliti dalla legislazione statale, ma deve anche essere interpretata in modo da non collidere con i medesimi, nonché con la riserva della legislazione penale in capo allo Stato, che sulla materia è appunto disciplinata dal D.P.R. 380/2001.

2. Difformità parziale e totale da permesso di costruire. Quanto alla distinzione tra interventi in difformità parziale o totale dal permesso di costruire, la Corte ha osservato che ai fini della integrazione del reato di cui all’art. 44 del D.P.R. 380/2001, si considera in “totale difformità” l’intervento che, sulla base di una comparazione unitaria e sintetica fra l’organismo programmato e quello che è stato realizzato con l’attività costruttiva, risulti integralmente diverso da quello assentito per caratteristiche tipologiche, planovolumetriche, di utilizzazione o di ubicazione (art. 31 del D.P.R. 380/2001), mentre, invece, in “parziale difformità” l’intervento che, sebbene contemplato dal titolo abilitativo, all’esito di una valutazione analitica delle singole difformità risulti realizzato secondo modalità diverse da quelle previste a livello progettuale.
Ad ulteriore chiarimento, il concetto della totale difformità è antitetico rispetto a quello della parziale difformità, e ciò giustifica il diverso approccio valutativo e comparativo per la riconoscibilità, che deve essere eseguita su base normativa, dell’una o dell’altra tipologia di difformità edilizia. La nozione della parziale difformità evoca un intervento costruttivo, specificamente individuato, che, quantunque contemplato dal titolo abilitativo, venga tuttavia realizzato secondo modalità diverse da quelle fissate a livello progettuale. Il concetto di totale difformità presuppone invece un intervento costruttivo che esclude una valutazione frammentaria di esso e che perciò va riguardato unitariamente e nel suo complesso. Nella fattispecie l’opera realizzata consisteva in un vano con copertura e tettoia in legno, da considerarsi un organismo edilizio integralmente diverso per utilizzazione e per caratteristiche planovolumetriche e tipologiche del manufatto assentito con la concessione edilizia, non solo e non tanto per la superficie occupata, di poco (ma non di pochissimo) superiore a quella assentita, ma anche e soprattutto in virtù della tettoia con sottostante terrazzino coperto e pavimentato, costruiti in aderenza al piccolo corpo di fabbrica, con conseguente autonoma utilizzabilità del complessivo manufatto anche dal punto di vista economico-sociale. Il manufatto era invero stato realizzato e rifinito in modo tale da risultare idoneo al soddisfacimento di finalità latamente abitative.
In pratica, l’art. 31, comma 1, del D.P.R. 380/2001 richiama un concetto di “totale difformità” ancorato, più che al confronto tra la singola difformità e le previsioni progettuali dell’intervento edilizio, alla comparazione sintetica tra l’organismo programmato nel progetto assentito e quello che è stato realizzato con l’intervento edilizio scaturito dall’attività costruttiva, con la conseguenza che, mentre il metodo valutativo utilizzabile per definire il concetto di “parziale difformità” ha carattere analitico, quello destinato ad accertare la “totale difformità” si fonda su una valutazione di sintesi collegata alla rispondenza o meno del risultato complessivo dell’attività edilizia rispetto a quanto è stato rappresentato nelle previsioni progettuali, le uniche prese in considerazione in fase di assenso amministrativo.

3. Tettoie e nozione urbanistica di pertinenza. Quanto infine alla nozione tecnico-giuridica di “pertinenza” la Corte di Cassazione ha chiarito che la costruzione di una tettoia di copertura di un terrazzo di un immobile non può qualificarsi come pertinenza, in quanto si tratta di un’opera priva del requisito della individualità fisica e strutturale propria della pertinenza, costituendo parte integrante dell’edificio sul quale viene realizzata, di cui rappresenta un ampliamento. La sua realizzazione pertanto, in difetto del preventivo rilascio del permesso di costruire, integra il reato di cui all’art. 44 del D.P.R. 380/2001. Ancora, deve ritenersi che la tettoia di un edificio non rientra nella nozione tecnico-giuridica di pertinenza, ma costituisce piuttosto parte dell’edificio cui aderisce: ciò in quanto in urbanistica il concetto di pertinenza ha caratteristiche sue proprie, diverse da quelle definite dal Codice civile, riferendosi ad un’opera autonoma dotata di una propria individualità, in rapporto funzionale con l’edificio principale, laddove invece una tettoia, in quanto parte dell’edificio appartiene senza autonomia alla sua struttura.

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